Violenza sessuale. Un altro capitolo del procedimento per lesioni personali, minacce e violenza sessuale a carico di un uomo si è svolto martedì, 28 novembre.

Violenza sessuale

A raccontare la sua versione dei fatti è stata la vittima, una donna di origine moldava che aveva una relazione con l’imputato.
La donna aveva più volte chiesto aiuto alle forze dell’ordine: la prima denuncia era stata sporta nell’agosto del 2015, dopo aver scoperto che il suo amante le aveva sottratto i documenti di identità. Da quel momento in poi, le violenze si sarebbero protratte per due anni, fino al momento dell’arresto dell’imputato nel marzo del 2017.

La vicenda

Lo scorso 28 novembre la vittima, parte civile ha raccontato alcuni episodi specifici del rapporto tra lei e l’imputato. La relazione tra i due era iniziata circa cinque anni fa, un anno dopo il trasferimento in Italia. All’inizio le cose sembravano andar bene, ma dopo un anno di relazione l’imputato era diventato possessivo e violento. Tutto sarebbe cambiato dopo un tamponamento in cui era stata coinvolta anche la moglie dell’imputato: lui stava riportando l’amante a casa quando la moglie li aveva visti e seguiti.
Secondo la vittima, l’imputato in quell’occasione avrebbe picchiato la moglie: in quel momento la donna aveva capito che non voleva più stare con un uomo sposato che trattava la moglie in quel modo. Ogni volta, però, che cercava di mettere la parola fine alla storia, l’uomo la minacciava di morte.

Leggi anche:  Treni in ritardo causa neve, revocato il blocco della circolazione

Le violenze sessuali

Inoltre, l’uomo pretendeva di avere rapporti sessuali circa quattro o cinque volte al giorno: a volte la donna riusciva a contenere le richieste del suo amante. In altre occasioni, costretta con la forza, non poteva impedirgli di approfittare di lei. Altre volte le proponeva di uscire e la portava in un posto appartato nei boschi per poter fare sesso con lei.
Quando una volta era quasi riuscita a scendere dall’automobile, l’imputato l’aveva lasciata al buio tra gli alberi per un lungo lasso di tempo. Senza poter usare un telefono per chiedere aiuto perché glie lo aveva distrutto.
La donna era stata obbligata ad andare persino al matrimonio della figlia, accompagnata dall’imputato, che aveva minacciato di rovinare i festeggiamenti se non avesse potuto partecipare.

A processo

Anche la moglie dell’imputato, durante l’udienza, ha rilasciato la sua testimonianza: aveva saputo della relazione del marito da alcune telefonate anonime. In altri casi sarebbe stata proprio l’amante a chiamarla per dire che desiderava il marito tutto per sé. Inoltre, ha negato di esser mai stata picchiata dal marito o di aver minacciato di morte l’amante se non avesse chiuso la relazione con lui.