Uccisa dal marito mentre le figlie dormivano nella stanza accanto, l’uomo si è suicidato: non sopportava la fine della loro relazione

Uccisa dal marito a Ragusa

L’ultimo saluto ad Alice Bredice, la mamma di due bimbe di 6 e 7 anni, uccisa dal marito il 29 aprile scorso, in provincia di Ragusa, si terrà a Leini. Il papà Claudio e il fratello Alessandro, che gestiscono in città un negozio di parrucchiere, hanno deciso che il ricordo della loro parente trentatrenne si debba tenere a Leini e non a Sant’Antonino.

Rito civile

Il momento di cordoglio, a cui parteciperanno amici e parenti, si terrà domenica 12, alle 15, nel palazzetto dello sport “Giovanni Falcone”, in via Volpiano 46. I familiari hanno fatto espressa richiesta di non portare fiori. Nei prossimi giorni saranno loro a fornire indicazioni più precise per sostenere un’associazione che combatte i femminicidi.

La tragedia

Leini, lunedì mattina, 29 aprile, sconvolta dalla notizia dell’assassinio di Alice Bredice, 33 anni, figlia di Claudio e sorella di Alessandro, noti titolari dell’omonimo negozio di acconciature situato nella centralissima via Carlo Alberto 101. Entrambi sono subito partiti dalla loro casa alla frazione Tedeschi, con il primo volo possibile, alla volta di Contrada Magazzinazzi, alla villetta posta su una collinetta in aperta campagna, tra Ragusa e il mare, dove si è consumato l’omicidio-suicidio. Era lì che Alice aveva deciso di far crescere le sue bimbe di 6 e 7 anni, accanto al marito Simone Cosentino, 42 anni, poliziotto in servizio alle Volanti di Ragusa e che l’altra notte l’ha uccisa sparandole, prima di rivolgere la pistola contro se stesso. In Sicilia si erano trasferiti da Sant’Antonino, nel 2009, dopo essersi innamorati quando lui era nella Stradale di Susa.

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Il ricordo del fratello

«Ci eravamo visti in occasione delle festività di Pasqua – racconta il fratello Alessandro, ancora in Sicilia in attesa della cremazione di Alice. Finalmente l’avevo vista decisa a volersi separare, a lasciare il marito di cui non riusciva più a sopportare l’attaccamento morboso, quasi ossessivo. La sua determinazione mi aveva rasserenato, così come la sua risposta alla mia domanda diretta: ti ha mai fatto del male? No, mi aveva detto. Non mi ha mai messo le mani addosso. Ma la cosa che soffriva di più era la violenza psicologica che era costretta a subire, da troppi anni. Era un uomo che non amava più e che aveva deciso di lasciare».